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Aristide Bruno

    Dal naturalismo all’informale attraverso il colore – Jacopo Chiostri

    L'artista al lavoro

    Nel fluire inarrestabile della creatività, s’incontrano continuamente nuove frontiere espressive delle quali occorre tener conto per meglio comprendere i tempi che viviamo e di cui, queste, sono esplicazione sia artistica che sociale.

    È il caso di Aristide Bruno, solido pittore barese di nascita e fiorentino di adozione (vive a Sesto Fiorentino), il quale,dopo un passaggio pittorico nella figurazione, è approdato a quello che lui stesso riconosce come “figurativo informale”, il linguaggio pittorico che rappresenta al meglio le sue emozioni e il suo sguardo sul mondo.
    Il termine non è inedito ma non è bastante per spiegare la complessità della sua poetica.

    Bruno si è avvicinato alla pittura a Lecce, dove ha trascorso i primi anni e dove ha frequentato corsi di disegno dal vivo dimostrando una precoce predisposizione per il ritratto. La sua pittura degli esordi, e poi nei tempi immediatamente successivi, era rivolta ai temi classici della figurazione: nature morte – ricche di pathos -, ritratti, scorci paesaggistici.
    Una rappresentazione intimistica, con contrasti decisi tra luci ed ombre, nella quale la personalità dell’artista traspare potente; nella paesaggistica si riconoscono piuttosto evidenti, le influenze della ”macchia“.
    È pittura autorevole che non lascia nulla alla spettacolarizzazione, che non cerca l’applauso, che va oltre.
    Con i soggetti ritratti si avverte una comunione di sensi, si affidano all’artista consci che non verrà loro rubata l’anima, ma solo rappresentata la loro interiorità.
    Questo vale per la raffigurazione di una madre con figlio, di un’anziana col volto segnato dal tempo come per il ritratto di un alto prelato nel quale convivono ufficialità, sacralità e umanizzazione del soggetto.

    È poi attorno al 2004 che avviene una svolta decisa e decisiva nell’arte di Bruno. Quell’ anno a Parma, a dieci anni dalla sua morte, si tiene una grande retrospettiva di Carlo Mattioli, la cui pittura, assieme ad alcuni riferimenti a Sergio Scatizzi , avrà una sostanziale influenza sulla nuova produzione di Bruno.

    Si tratta di quel “realismo informale “ che non diverrà una vera e propria corrente istituzionale, ma che, forse più di ogni altra forma espressiva recente, è stata capace di farsi “terrazza sul mondo” il linguaggio ora muta, la figurazione non scompare ma è poco più che abbozzata, Bruno continua ad usare la pittura ad olio, ma la pennellata si fa nervosa, veloce, il colore diviene spesso, sulle tele fluiscono le sue emozioni davanti allo spettacolo della natura.
    La natura che è riprodotta nella sua eleganza ma anche nel suo continuo cangiare. sembra voler ricordarci che da un momento all’altro può cambiare la nostra esistenza e quindi dovremmo fermarci a riflettere sulla caducità del nostro passaggio.

    In queste opere la coloristica, frutto di tanta avvertibile sperimentazione, si avventura su inediti accostamenti cromatici; ne deriva un equilibrio compositivo e tonale di ottima fattura.
    L’osservatore è guidato a confrontarsi con lo sgorgare apparentemente (solo apparentemente) spontaneo di una poetica nella quale si fondono stupore davanti al creato e preoccupazione per l’uso che ne viene fatto.

    Jacopo Chiostri